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Trauma Dumping: cos’ è, perché ferisce, cosa fare

trauma dumping giulia scandolara counselor

Viviamo in un’epoca in cui condividere il dolore è diventato quasi doveroso: sui social, nelle chat, nel flusso di storie quotidiane.


Sfogo tossico

Parlare è salutare, perché confrontarsi, condividendo le nostre ferite può aiutare a comprenderle. Ma gli amici e i conoscenti – serve ricordarlo – non devono diventare il tuo cestino dei rifiuti.


Non trattare il tempo altrui come un cestino dell’immondizia

C’è un punto in cui lo sfogo — oppure la condivisione — non è più soltanto un sollievo: diventa un peso, talvolta un danno per chi ascolta. Ma anche per chi parla: questa persona sta usurando un contatto. È in questi frangenti, che si parla del “fenomeno” del trauma dumping.


Piccola precisazione.


Dedico questo articolo a chi, a volte, si riconosce nel gesto di "scaricare" flussi di lamento sugli altri. Ma mi rivolgo anche a chi quel flusso di dolore e lamento lo ascolta e lo riceve. Sono certa che molti vorrebbero capire come difendersi senza alzare muri.


Partiamo quindi a conoscere il trauma dumping, ricordandoci anche che, vuole costruire relazioni sane, durature, non consumate dal peso emotivo, deve imparare a condividere emozioni e vissuti personali in modo responsabile.

 

Che cos’è il trauma dumping

Il termine trauma dumping (letteralmente “scarico del trauma”) indica la condivisione forte, intensa, drammatica, spesso improvvisa o incontrollata di esperienze traumatiche, problemi emotivi profondi, con persone che magari non avevano richiesto questo grado di intimità o confidenza.


Le persone che subiscono lo scarico del trauma (o il semplice sfogo dei problemi quotidiani) non sono sempre pronte a reggere i nostri pesi emotivi. Dovrebbero? Per questo, poi, ci sono gli specialisti delle relazioni e dell’aiuto!


Non tutte le persone con cui ti sfoghi hanno la capacità emotiva di reggere i tuoi pesi. E, sicuramente, nessuna di loro dovrebbe sobbarcarsi la sofferenza contenuta nelle tue problematiche quotidiane.

 

Cosa distingue il trauma dumping da uno sfogo normale?

Nella dinamica del trauma dumping riscontriamo sempre una mancanza di consenso. L’individuo non chiede “posso parlarti di qualcosa di molto difficile?”, ma si butta nella propria narrazione senza preoccuparsi di gravare su chi ascolta.


Chi attua il trauma dumping tende a ripetere sempre degli stessi racconti traumatici, senza che ci sia un progresso, una qualche forma di elaborazione. Il che appesantisce ulteriormente chi ascolta.


Viene lasciato poco spazio per l’altro interlocutore. L’altro, in effetti, non conta come persone. Ma è visto solo per il suo ascoltare. Ascolto che diventa un dovere, e non una scelta. In tal senso, la reciprocità della relazione viene totalmente a mancare.


Chi tende a scaricare la narrazione dei propri problemi sugli altri, lo fa in contesti inappropriati: Ci si confida con persone spesso sconosciute, in ambienti “non protetti” o non adatti, e in momenti inopportuni.

 

Cosa ci racconta chi fa trauma dumping

Capire il motivo profondo per cui una persona agisce in questo modo è essenziale. Spesso non c’è cattiveria, dietro al trauma dumping, ma dolore e bisogno (disorganizzato) di aiuto.

Ecco cosa rivela di sé chi tende a praticare lo scarico del trauma:


  1. Vive un dolore non elaborato. Il trauma (o l’esperienza dolorosa) non è stato “digerito”; manca un’elaborazione che permetta di guardare, integrare la sofferenza, e darle senso. Senza questa elaborazione, il trauma resta vivo e “urla”, chiedendo di essere ascoltato con urgenza


  2. La persona non ha uno spazio sicuro in cui parlare: spesso queste persone non hanno amici sufficientemente consapevoli. Non hanno un terapeuta, oppure non hanno occasioni protette per esplorare il dolore. Quindi il bisogno diventa impellente, e l’oggetto su cui scaricare la tensione emotiva è… chiunque


  3. L’individuo ha difficoltà nella percezione dei confini. Non solo nel riconoscere i propri limiti nel parlare, ma non percepisce nemmeno quelli dell’altro, nell’ascolto. Il “trauma dumper” non dsi chiede se l’altro sta reggendo a fatica, soffre, o se è disponibile all’ascolto. Il tema è quello dei confini emotivi, che non vengono rispettati né dall’interno (in relazione a chi parla) né dall’esterno (verso chi ascolta)


  4. È latente (ma presente) il bisogno di sentirsi validati e non soli: il desiderio che qualcuno comprenda che il nostro dolore è reale, come è reale la necessità di non sentirsi “deboli”, o sbagliati, nella difficoltà che si sta vivendo. Quando questo bisogno monopolizza la relazione può far passare in secondo piano il rispetto per l’altro. Chi fa trauma dumping sta spesso lottando tra il desiderio di ricevere cura, supporto e attenzione, e la mancanza di strumenti per ottenere tutto questo.

 

Perché questo fenomeno danneggia relazioni e ambienti

  • Usura emotiva: ascoltare troppo (continuativamente) il dolore di altri senza ricambio, può effettivamente portare a un esaurimento, a stanchezza profonda (compassion fatigue). Le amicizie si spengono, e la disponibilità si retrae


  • Relazioni sbilanciate: il dialogo con l’altro diventa in realtà un monologo. La reciprocità si perde. Chi ascolta può sentirsi invisibile, inutile o – peggio ancora  –  sfruttato emotivamente


  • Ambienti poco sani: se molte persone adottano questo modo di comunicare si crea un clima pesante, carico di aspettative implicite, di non detto che pesa. Le relazioni reggono finché qualcuno è sempre “lo scaricatore” e qualcun altro “l’ascoltatore”. Ma, a lungo, questa è una dinamica che consuma


  • Blocco nella guarigione: per chi fa trauma dumping non c’è mai il superamento del problema. Se lo sfogo resta il solo strumento, e non c’è mai spazio per un lavoro interiore, il trauma, la difficoltà lamentata rimangono sempre in attivazione. Non si trasforma, non si integra un bel niente. Ci si lamenta e basta, gravando sugli altri

 

Se scarichi troppo sugli altri: come accorgertene e cosa fare

Se sei tu che tendenzialmente fai trauma dumping, riconoscerlo è già un grande passo. Ecco segnali, riflessioni, azioni concrete:


  • Senti che molte conversazioni finiscono con te che parli quasi solo dei tuoi traumi, e l’altro pare sfinito o distante


  • Ti accorgi che racconti sempre la stessa storia, gli stessi particolari, senza la minima evoluzione


  • Quando l’altro cerca di cambiare argomento, o mostra disagio, tu ritorni al tuo racconto


  • Senti una forte urgenza di raccontare, quasi come se fosse un bisogno fisico, ma poi ti senti anche male: provi insoddisfazione, e nemmeno sfogarti è servito


  • Non hai una figura di supporto professionale (terapeuta, counselor) con cui esplorare questi temi, ma non fai nulla per cercare aiuto


Cosa puoi fare

  1. Auto‐consapevolezza / auto‐riflessione

    • Prima di parlare, fermati e domandati: qual è il motivo per cui sto per raccontare questo? Voglio sollievo? Vuoi che qualcuno mi aiuti? Vuoi essere compreso/a? Voglio solo esprimere il fatto che sto male?

    • Chiediti: questa persona è pronta ad ascoltare? Sono anch’io disposto a dare spazio all’altro?


  2. Stabilire confini personali nel parlare

    • Impara a chiedere il permesso: “Posso parlarti di qualcosa di difficile?”

    • Limita il tempo: datti un margine che non prosciughi né te né chi ascolta

    • Bilancia: non parlare sempre di eventi traumatici; mescola con ciò che senti di bello, di più leggero


  3. Cerca un supporto professionale

    • Una counselor ti può aiutare ad elaborare ciò che vivi, andando oltre la tua difficoltà, non è solo una persona capace di ascoltare

    • Renditi conto di quando abusi della bontà degli amici, o di quando stai invadendo il tempo libero di perfetti sconosciuti


Se sei vittima di trauma dumping: come proteggerti

Non è facile trovarsi dall’altro lato: vuoi essere una persona empatica, vuoi essere amichevole, vuoi evitare di ferire chi tiene a te. Ma è essenziale mettere qualche confine, ora per la tua salute, e anche per preservare i legami.


Segnali che stai subendo trauma dumping

  • Ti senti svuotata o svuotato, stanca o stanco, dopo aver ascoltato un amico che ti ha raccontato molto più di quanto tu potessi sostenere


  • Senti un senso di colpa se cerchi di cambiare argomento o chiedere una pausa


  • Inizi a evitare quella persona, provi un senso di rassegnazione quando la vedi, perché “sai già” che ci sarà un altro sfogo da parte sua


  • Senti che il tuo confine emotivo è stato violato: stai ascoltando cose che non vuoi, in momenti in cui non puoi (fisicamente o mentalmente)


Come puoi rispondere

  1. Metti dei limiti con gentilezza ma fermezza

    • Usa frasi come: “Mi importa molto di te e di quello che stai passando, ma in questo momento ho bisogno di fare una piccola pausa”, oppure “Vorrei che mi chiedessi se sono pronta ad ascoltare, perché non sempre lo sono.”


    • Proponi modalità alternative: “Se vuoi, possiamo fissare un momento per parlare con calma di quello che stai vivendo” o “Ti va se cerchiamo insieme qualcuno che possa sostenerti in modo professionale?”


  2. Ricorda che non sei obbligata a fare da terapeuta

    • Essere amica, sostegno, presenza sono grandi doni. Non sei né medico né esperta di traumi (a meno che non lo sei per professione… ma vuoi lavorare anche nel tempo libero?)

    • È lecito dire “non me la sento”: non significa essere insensibile, significa rispettare il tuo spazio emotivo. Puoi permetterti di dirlo?


  3. Suggerisci il supporto esterno

    • Senza giudizio: puoi dire “Vorrei che non vivessi tutto questo in solitudine, magari un professionista potrebbe aiutarti a gestire tutto questo in modo che tu non debba sempre sentirti così in bilico”

    • Offrire risorse (libri, contatti, gruppo) se sei informata o informato a riguardo, ma impara poi a chiudere

 

Cosa succede se tutti fanno trauma dumping

È utile guardare questo fenomeno da un punto di vista più ampio, perché non riguarda soltanto singoli casi: riflette qualcosa di culturale, di collettivo:


  • Cultura della condivisione “a tutti i costi”: i social incentivano l’autenticità, il “mostra cosa c’è dentro di te”, ma questo essere senza filtro, toglie lo spazio necessario, fra le relazioni per proteggere se stessi e l’altro


  • Mancanza di alfabetizzazione emotiva: non tutti siamo stati educati ad ascoltare, a dosare le emozioni, a reggere il peso di un dolore altrui e proprio. Serve imparare a farlo, non solo individualmente. Il tema dell’alfabetizzazione emotiva o di una educazione sentimentale dovrebbe diventare un focus collettivo (e istituzionale)


  • Relazioni fragili, empatia diseguale: in una comunità dove molti chiedono, pochi danno (o forse danno fino al sovraccarico), nasce un senso di sfiducia, di “chi ascolta non ha spazio”. Le relazioni, più che esserci, vengono “rubate” agli altri, consumate per forza. Tutto questo ci rende fragili


  • Rischio di “traumatizzazione secondaria”: chi ascolta senza protezione può assorbire il dolore altrui, sviluppare ansia, sintomi emotivi, e stanchezza mentale

 

Conclusione: verso una relazione più vera

Il trauma dumping non è un comportamento da colpevolizzare, ma è un segnale: qualcosa in noi cerca guarigione, ascolto, connessione.


Se ignorato, quel segnale può diventare veleno per le relazioni, per te che parli, e per chi ascolta. Ma se accolto con consapevolezza, il trauma dumping può essere il primo passo per incontrare il dolore che ti logora, e accoglierlo davvero. Ma con l’aiuto di una professionista!


Come professionista delle relazioni, posso aiutare le persone a riconoscere il proprio modo di comunicare, per trasformarlo. Non aspettare che le tue relazioni si logorino. Fatti carico di te, e inizia un percorso di aiuto.


Giulia Scandolara - Gestalt Counselor

 

 
 
 

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